La diagnosi prenatale comprende quelle indagini volte a identificare alcune malattie del feto. È facile comprendere quanto questo aspetto sia importante durante la gravidanza per la serenità dei futuri genitori.

Tali tecniche stanno subendo negli ultimi anni un drastico cambiamento, oggi si può infatti conoscere il rischio delle più frequenti anomalie attraverso moderni test di screening denominati NIPT (Non Invasive Prenatal Testing) che si avvalgono della analisi del DNA fetale nel sangue materno.

È possibile individuare le anomalie cromosomiche (aneuploidie) attraverso un semplice prelievo di sangue materno che è possibile effettuare già dalla decima settimana di gravidanza.

La svolta è arrivata nel 1997 quando un professore di Hong Kong, Dennis Lo, dimostrò l’esistenza di piccoli frammenti di DNA circolanti nel sangue materno. La novità fondamentale della scoperta stava nel fatto che i frammenti di DNA ritrovati nella mamma erano tipici del sesso maschile (e quindi del cromosoma Y) e pertanto appartenenti inequivocabilmente al feto.

Da allora sono stati fatti enormi passi avanti che hanno portato a recuperare e isolare il DNA libero di origine fetale (cell-free DNA) proveniente dalla parte più esterna della placenta il cosiddetto trofoblasto, per poi essere esaminato con tecniche di biologia molecolare e di comparazione bioinformatica al fine di ricalcolare mediante algoritmi creati ad hoc, il rischio che il feto sia o meno affetto dalle più comuni aneuploidie – anomalie del numero di cromosomi –  cioè la Trisomia 21 (sindrome di Down), trisomia 18 (sindrome di Edwards) e trisomia 13 (sindrome di Patau).

Queste comprendono circa l’80-95% delle possibili anomalie cromosomiche rivelabili tramite la determinazione del cariotipo e rappresentano quelle maggiormente responsabili di malformazioni fetali.

QUANDO FARE IL TEST

Già dalla decima settimana di gestazione, nella maggior parte delle gravidanze, la quantità di DNA fetale circolante è sufficiente per eseguire il test. Infatti, la presenza in quantità rilevabile (almeno il 4%) del DNA del feto è premessa necessaria all’effettuazione dello screening con NIPT.

Il test sta avendo un impatto importante sulla riduzione del numero di villocentesi ed amniocentesi che, in tal modo, vengono strategicamente riservate soltanto alle pazienti risultate positive al test del DNA fetale, fermo restando che la scelta e/o il diritto (secondo le linee guida ministeriali) di eseguire una indagine invasiva rimane del tutto immodificata e comunque soggetta alla opinione medica e del paziente.

EFFICACIA DEL TEST

Il test del DNA non è da considerare diagnostico, bensì di screening, infatti, lo scopo del test è di ridefinire la probabilità (o rischio) che nel feto sia presente la patologia ricercata e questo viene appurato con una sensibilità elevatissima. La sensibilità misura la percentuale di esami che risulta positivo in un feto effettivamente affetto dalla patologia genetica e nei NIPT Test si attesta intorno al 99%, con un rischio quindi bassissimo di falsi negativi e quindi di avere un feto malato trattato come sano.

Anche la specificità è considerevole, arrivando a superare il 95-98%, abbiamo dunque un numero davvero basso di rischio di falsi positivi (test che risulta positivo alla patologia anche se il soggetto è sano) e quindi di procedure invasive conseguenti inutili.

Fortunatamente i falsi negativi per le aneuplodie sono percentualmente pochissimi e non riguardano praticamente mai la Sindrome di Down per la quale l’attendibilità sfiora il 100%.

Ricordiamo che la sindrome di Down rappresenta l’alterazione più frequente fra le anomalie cromosomiche ed è direttamente proporzionale all’età materna. In particolare, si calcola che questa patologia risulta più frequente con l’aumentare dell’età materna, passando da un rischio di circa 1 caso su 1000 a 28-30 anni ad 1 caso su 400 a 35 anni ed 1 caso su 200 a 38 anni.

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RACCOMANDAZIONI

Le linee guida del Ministero della Salute indicano di eseguire il test solo per la trisomia 21, 18 e 13 poiché non è ancora chiaro il ruolo di un test di screening su tutto il genoma che invece può portare all’aumento dei casi falsi positivi che devono necessariamente essere risolti da procedure invasive con ulteriore ansia.

Inoltre, è raccomandato far precedere il test da una consulenza con il ginecologo e da una ecografia accurata. In caso di esito positivo le linee guida raccomandano inoltre la conferma diagnostica con i test diagnostici come villocentesi e amniocentesi. La consulenza prenatale è parte integrante dello screening mediante NIPT e i genitori che si avvalgono di questi test necessitano di supporto durante l’intero iter diagnostico prenatale attraverso un follow up anche in considerazione dell’esito dell’esame e se necessario avvalendosi di consulenza genetica.

Articolo scritto in collaborazione con Roche.

 

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